Rientrava
nella legge del tempo che il Giubileo dovesse durare un anno e non più: le
scadenze erano quelle e non vi ci si poteva sottrarre. Erano
destinati a scavalcare questa legge i suoi effetti che non potevano conoscere
certi sbarramenti. Il pericolo che si uniformassero questi ultimi a quelli
strettamente e insuperabilmente cronologici, era fondato. Il nostro tempo,
caratterizzato da Che
il Giubileo sia stato un avvenimento mediatico di enormi dimensioni, appena un
cieco o un ostinato prevenuto lo potrebbe negare: la televisione si è avventata
rapacemente su tutti i suoi momenti, particolarmente quelli che si prestavano a
una seducente spettacolarizzazione, con crescite di audience che potevano
sfidare tranquillamente qualsiasi pur agguerrita concorrenza. Possono ancora
sfilare davanti a noi, in un ricordo che ci auguriamo non sbiadito, ricorrenze e
circostanze che, sempre dal punto di vista mediatico, segneranno, anche in
futuro, la storia della televisione. Il
rischio, si diceva, era quello che tutto finisse con l’ultima trasmissione che
segnava la fine del Giubileo (6 gennaio 2001) e la chiusura materiale della
Porta Santa potesse significare, simbolicamente, anche quella, reale, su quanto
il Giubileo aveva comportato e “prodotto” dal punto di vista spirituale, sia
nella sua preparazione, sia nel suo svolgimento. Perché
il tutto non dovesse durare…lo spazio di un anno, il Papa ha inviato una Lettera,
dal titolo All’inizio del nuovo millennio in cui, dopo la rievocazione
di tutti i momenti più significativi che hanno scandito lo svolgersi del
Giubileo, viene tracciato un cammino da percorrere, con un programma di vita
cristiana che appunto dal Giubileo deve prendere l’avvio per un confronto con
le sfide del nuovo millennio. Il
S. Padre prende lo spunto dall’episodio evangelico in cui il Signore, dopo
aver parlato alle folle dalla barca di Simone, invita l’Apostolo a prendere
il largo per la pesca: duc in altum! dice Gesù a Pietro (Lc 5, 4). “Questa
parola risuona oggi per noi, e ci invita fare memoria grata del passato, a
vivere con passione il presente, ad aprirci con fiducia al futuro: “Gesù
Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre” (Ebr 13, 8)” (Novo millennio
ineunte, n. 1). Questo
il Papa lo scriveva a pochi mesi di distanza da un avvenimento che era destinato
a cambiare la storia e che aveva bisogno di una parola che schiudesse il
cuore alla speranza, nonostante… Nonostante
quell’evento apocalittico che abbiamo avuto modo di vedere in diretta
attraverso gli schermi televisivi che, peraltro, continuamente ce lo
ripropongono: il riferimento è a quelle Due Torri (Gemelle),
assaltate e distrutte in quell’infausto 11 settembre. Tante
cose sono state dette in quella circostanza, altre ancora e chissà per quanto
tempo se ne diranno e se ne scriveranno, ma un fatto è certo che quel giorno ha
segnato una svolta nella storia. Anche se in queste circostanze c’è il
rischio che l’enfasi e al retorica prendano il sopravvento e le frasi
diventino “di maniera”, questa volta, quella che è stata pronunciata fin
dal primo momento che da quel giorno la storia, e quindi la vita, è cambiata
non ha davvero nulla di retorico. Mentre
guardavo, guardo e guarderò quelle immagini terrificanti, ne rammento altre che
hanno segnato svolte epocali sul quadrante della storia recente dell’umanità:
la mente corre alla prima esplosione atomica, con quel maledetto fungo…che
più velenoso non si può, l’immane spettacolo della distruzione di Hiroshima,
i vari olocausti e gulag di cui è disseminata la storia dei
decenni passati… E’
vero, perciò, l’11 settembre la storia è cambiata. E’
ritornato il terrore di una guerra imprevedibile (la prima del nuovo
millennio) dalle sembianze radicalmente nuove, incertezza per un futuro che
sembrava consolidato, lo spettro di una economia esposta a un futuro di
fragilità sempre incombente nonostante conquiste che sembravano definitivamente
acquisite, domande su un domani che pure sembravano sopite… Il
crollo di quelle due torri, assaltate in quella maniera e con quella tecnica
così diabolica, ha trascinato con sé tanti nostri miti, fatti e costruiti sull’autosufficienza,
se non proprio sull’orgoglio e sulla sfida. Nella circostanza, qualcuno ha
evocato l’episodio biblico della Torre di Babele, simbolo di una scalata al
cielo, legata alla illusione dell’uomo della possibilità di una sfida al di
sopra delle sue forze. L’emozione del momento e che non è destinata a finire
per un lungo periodo di tempo, ha liberato tanti motivi di riflessione e spinto
a delle considerazioni che nascono, in ogni caso, da sottofondi giustificati. Prendete
il largo! Questo invito (comando!) deve essere accolto da tutti gli uomini di
buona volontà (da tutti!), soprattutto in questo momento in cui salpare
dalle proprie banchine protette e rassicuranti può ingenerare il timore di
incertezze che comporta l’allontanarsi dalla riva. L’invito di Gesù seguiva
al fallimentare esito della pesca che era durata un’intera notte con al
rientro, come frutto, una rete desolatamente vuota. Sulla
parola di Gesù, Pietro gettò la rete, la tirò a riva con centocinquantatré
grossi pesci. Francamente,
ci accontenteremmo degli spiccioli e, se proprio proprio, degli ultimi tre…
presenze
quasi solo mediatiche e, quindi, portato a valutare la portata degli avvenimenti
solo per quanto e per come si vedono, induce a dimenticare il visto e, perfino,
il “gustato”, con la logica conseguenza che il loro pur innegabile contenuto
svanisca con quelle immagini: scomparsi dal teleschermo, scompaiono dalla nostra
vista e dalla nostra vita.
Nel giorno della Commemorazione dei fedeli defunti la Chiesa ci invita a rivolgere il nostro pensiero a tutti coloro che ci hanno lasciato: parenti, amici, conoscenti… E questo non per esserne turbati: non si tratta, infatti, di soffermarci sul passato per riaprire le ferite del nostro cuore, quanto piuttosto di cercare, in Cristo morto e risorto, la risposta agli interrogativi che ci assillano e di metterci di fronte al mistero della morte con fede indistruttibile.
La visita al cimitero ci ricorda che quei vincoli d’amore che un tempo ci tenevano uniti gli uni agli altri, con la morte non sono scomparsi del tutto. I nostri cari ci sono vicini e partecipano alle nostre vicende quotidiane. Non sarebbe, quindi, giusto dimenticarli.
Oggi ci è offerta la possibilità di implorare per loro la luce e la pace di Dio.
Don Salvatore Martalò
per
gli emigranti
IL
18 novembre la Chiesa celebra la giornata Nazionale dell’EMIGRANTE al fine di sensibilizzare quanto più possibile le coscienze sul triste fenomeno dell’emigrazione.Annoso problema che ha interessato anche il nostro Paese in un passato non lontano avendo avuto bisogno del lavoro oltre frontiera, ma che oggi lo interessa di più nell’accogliere migliaia di persone che provengono da altre nazioni.
Il motivo principale è la ricerca del lavoro, e quindi del pane, per sopravvivere, ma non si escludono altri motivi, quali la ricerca della libertà, della sicurezza, della pace.
I sacrifici che affrontano gli emigranti sono tanti, a volte rischiano anche la vita, ma più di tutto dispiace la diffidenza e il rifiuto da parte dei cittadini.
Per noi cristiani l’accoglienza è sacra, un dovere perché siamo tutti figli dello stesso Padre e fratelli fra di noi.
Don Salvatore Martalò
Convivere si può ...anzi si deve

Gli attentati ed i risultati di terrore e di morte delle torri gemelle di New-York e del Pentagono a Waschington dl’11 settembre scorso sono ancora e rimarranno per sempre, vivi dinanzi ai nostri occhi ed al nostro cuore.
Il clima creatosi dopo di essi, è un clima d’indecisione, di terrore di morte.
Venti di guerra sono scattati sulla nostra terra e sono in atto operazioni militari lunghe e difficili ,con l’obiettivo di sradicare la piaga del terrorismo. E una guerra però di cui tutti parlano, ma che nessuno vede. Oltre al sentimento della pietà cristiana, non manca quello della solidarietà verso la nazione degli Stati Uniti. Sono i doveri del momento.
E’ le domande, che si pongono dinanzi a noi imperative, sono proprio queste: possono essere superate le distorte economiche, socio-politiche, etniche, religiose tra nazioni per una convivenza pacifica e costruttiva? E possibile trattarsi e sentirsi da fratelli: bianchi, neri, gialli che siamo? Cosa impedisce di convivere e di sodalizzare con gli altri?
Purtroppo riuscire a massacrare quasi 5000 persone, nel giro di un quarto d’ora, cosi come avvenuto in America, è anche una questione di soldi. Soldi per addestrare i Kamikaze, soldi per sequestrare i quattro aerei, solo per farli schiantare sulle Torri Gemelle, soldi per iniziare e portare avanti una guerra sorda e lunga, che non si sa quando finirà, stando a quanto dichiarato dal Presidente degli Stati Uniti.
La vita e al primo posto dei diritti umani ed il terrorismo è uno dei più gravi attentati alla vita dell’uomo. Siamo ancora frastornati e più di noi il popolo americano, siamo tristi, impauriti ed ancora ci domandiamo come si possa arrivare a fare tanta distruzione, a fare cose del genere e in un modo cosi subdolo .
Abbiamo visto che molte persone all’interno delle torri, prima di mettersi in salvo,hanno cercato di aiutare i feriti, abbiamo visto i pompieri mettersi a disposizione con altruismo e molti di essi lasciare la propria pelle, abbiamo visti molti cittadini mettersi in fila per donare il sangue. Tutto un popolo terrorizzato, ma disposto alla solidarietà ed alla abnegazione. Purtroppo ci sono ancora i conflitti e ingiustizie, c’è la follia ed il fanatismo dei vari talebani e del terrorista Osama Ben Laden, ma il mondo intero vuole la convivenza e la pace.
Convivere si può anzi si deve! Il Terrorismo è una esigua minoranza, ma forte, se questi sono i risultati. La povertà e l’arretratezza di tanti popoli non possono essere causa di divisione e di lotte.
E la prima guerra cui assistono, prodotta da un movimento terrorista
internazionale in alcuni stati (Afganistan, Iraq, Sudan, Siria). Ben venga allora un programma aiuti di paesi che si dissociano apertamente e definitivamente del terrorismo. La loro povertà ed arretratezza non può essere causa di divisione e di lotta. Sono necessari interventi adatti per creare giustizia, senza far prevalere lo spirito di vendetta e di violenza, senza che abbiamo e crearsi nuove vittime, come in una reazione esterna .Dovremmo impegnarci a favorire uno spirito d’accoglienza nei confronti di chi viene da un’altra terra, abbandonando ogni forma di razzismo, favorendo un confronto di idee, respingendo ogni tentazione di fondamentalismo e di assolutizzazione.
Questo è ciò che è necessario, perché si realizzi la convivenza, la condivisione, la solidarietà. La pacificazione ed il bene comune. L’augurio è che l’incertezza ed il timore di questi giorni vengono superati è trasformati in una volontà costruttiva,per superare emarginazione e cedimenti al vivere civile. Che questo terribile inatteso passaggio al nuovo millennio, sotto l’aspetto della convivenza dei popoli, nono ponga le premesse per tempi più duri e tristi.
Antonio Rausa


Presentazione e iniziative annuali
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Glossarietto galatonese
Vocaboli in estinzione a cura di Vittorio Zacchino
|
ora |
voragine, inghiottitoio; vorelle (ossia piccole vore) danno il nome alla contrada Ureddhe |
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Orcuma |
carico spropositato che rende precario l’equilibrio. (Ha pierzu l’orcuma = ha perso l’equilibrio) |
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Organettu |
fisarmonica da bocca |
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Ortale |
giardinetto sul retro della casa |
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Ortu |
misura superficiale equivalente ad are 22,5 |
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Osimu |
fiuto del cane |
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Otte – Utti |
botte-botti |
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Ozza |
grande vaso di creta per il vino, giara, capu ti ozza = testone |
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Ozzu |
grosso bernoccolo |
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Pacciu |
Pacciu pazzo; (nciole nu pacciu pi ccasa = in ogni casa ci vuole un pazzo che metta a posto gli altri); cose ti pacci = cose straordinarie) |
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Paddhotta |
zolla, pallottola di terra |
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Pagghiara |
capanna col tetto di paglia |
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Pagliaricciu |
saccone pieno di paglia o di foglia di grano turco |
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Paisanu |
concittadino |
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Pala |
pala; scapola, osso piatto della spalla |
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Palamita |
specie di tonno più piccolo |
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Palanga |
grosso palo per far leva; |
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Paletta |
attrezzo per raccogliere la cenere |
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Palomba |
dolce pasquale a forma di colomba con l’uovo dentro |
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Palora |
parola, (Na bbna palora bbonu locu pigghia = una parola buona produce del bene; fare palore = litigare; ete ti picca palore = parla poco; |
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