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Sommario

 

Bisogna ritornare al Concilio

 

Il 26 novembre 2000, durante l’Anno Santo, si è tenuto il Giubileo dell’Apostolato dei laici. Era la solennità di Cristo Re e il Papa, durante la celebrazione eucaristica, si è indirizzato particolarmente a loro.

Prendendo lo spunto dal tema del convegno “Testimoni di Cristo nel nuovo millennio”, ha fatto un riferimento preciso al Concilio, in cui, sono testuali sue parole, “ è scoccata l’ora del laicato e tanti fedeli laici, uomini e donne, hanno compreso con maggiore chiarezza la propria vocazione cristiana che, per sua natura, è vocazione all’apostolato”.

La raccomandazione del Papa è stata quella di “prendere in mano quei documenti” in cui è tracciato un cammino con prospettive nuove per quanto riguarda la collocazione e il coinvolgimento dei fedeli laici nella Chiesa. Il laico, infatti, nella Chiesa, per motivi storici che sarebbe lungo anche solamente riassumere, innegabilmente è stato tenuto ai margini della vita ecclesiale. Una emarginazione che ha fatto nascere la convinzione che la Chiesa fossero i preti, una “cosa nostra” (sia detto senza ombre di irriverenza), inaccessibile e gelosamente blindata. Una cultura smodatamente clericale ha preso il sopravvento e, di conseguenza, il “laicismo” è stato guardato come un nemico da combattere e da abbattere.

Le ripercussioni, sul piano pratico, non si sono fatte attendere: l’apostolato è diventato roba da preti e da suore. E’ stata questa la mentalità ereditata dal Concilio che, peraltro, si inseriva in una concezione di Chiesa che sapeva più di Regno che non di comunione. Nell’esame di coscienza che la Chiesa intendeva fare di sé e che costituiva il motivo dominante di tutto il Concilio, non poteva non affiorare la questione del laicato che, se aveva la possibilità di costituirsi in associazioni specifiche, non poteva non guardare alla sua identità: si trattava solo di riscoprirla e di risvegliarla dopo secoli di letargo.

    Il Concilio ha dedicato, nel documento fondamentale che riguarda la Chiesa, un intero capitolo alla trattazione del tema del laicato: l’approfondimento e l’impegno che ne deriva. A ragione, quindi, il S. Padre, a trentacinque anni dalla conclusione dell’assise conciliare, ha sentito la necessità di “rivisitare” quei concetti e quelle indicazioni che, non solo non hanno perso di attualità, ma si presentano con un’urgenza ancora maggiore.

    Premesso che la missione del laicato è quella di “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e orientandole secondo Dio”, il Papa si domanda: “Ma che cosa comporta questa missione? Che cosa significa essere cristiani oggi, qui, ora?”.

    In realtà, essere cristiani non è stato mai facile, tanto meno lo è oggi in cui sembra ci sia una congiura contro tutto quello che sa di cristiano, col rifugiarsi nella paura di un clericalismo condizionante il cammino del progresso e della civiltà. L’essere “laico” è diventato di moda e spesso lo si ostenta con irritante sfacciataggine. Con l’aggravante che, chi dice di non esserlo, passa come oscurantista e retrogrado.

E’ arcinoto come un sano laicismo è stato riconosciuto dallo stesso Concilio, con l’affermazione della “legittima autonomia delle realtà terrene”, ma è indubbio che il comportamento umano ha delle regole etiche da cui non si può sottrarre. L’uomo è un essere libero e la sua libertà è intangibile, ma essa ha delle leggi senza le quali diventa libertinaggio e disordine. Gli argini non sono impedimento allo scorrere del fiume: senza di essi diventerebbe palude. Usare della libertà davanti a un triangolo non significa poter tracciare quattro o più lati: non sarebbe più un triangolo, quanto l’impegno a tracciarli nella migliore maniera possibile.

Il discorso si allarga al nostro vivere civile, ed è quanto mai opportuno, mi pare, perché, quando uscirà questo numero de Il Foglio si saprà ormai la data delle elezioni politiche: momento di grande responsabilità cui nessuno di noi deve assolutamente sottrarsi.

    Lungi da noi il dare indicazioni (i Talebani ci sono lontanissimi, e non solo geograficamente) e qualsiasi interpretazione in questo senso sarebbe del tutto fuori luogo.

E’ necessario (e ce ne dovremmo convincere una buona volta) che tutti, cittadini e politici, dobbiamo contribuire alla costruzione della città dell’uomo che non sia in contrasto con la città di Dio ove, per un laico non credente, Dio deve significare la costruzione armonica dell’uomo: l’uomo integrale, nelle sue componenti, materiale spirituale.

    Credo che, nel discorso sull’uomo, ci troviamo tutti d’accordo.

Ma, se per la realizzazione di qualsiasi progetto occorre la presenza di più persone per la sua attuazione, tanto più in quello dell’uomo, la responsabilità deve essere corale.

Se la nostra società mostra delle crepe, di chi la responsabilità? Non sarebbe ora che ci mettessimo, tutti, una mano sulla coscienza e verificassimo il nostro senso civico che, se è assente “in alto”, non lo è meno “in basso”?

    Il confronto ideologico e, di riflesso, politico, ci deve essere, eccome, ma non deve esaurirsi in un litigio da corte, con la sterilizzazione di programmi e delle prospettive serie ed impegnate, con la conseguenza che, chi ne fa le spese, è sempre l’uomo, nella sua dignità e nei suoi bisogni.

Perché tanto disamore per la politica che pure deve essere considerata l’arte più nobile dell’uomo, se per il blaterare su formule astruse che si risolvono in alchimie e in combine di interessi personali ed egoistici?

Un uomo politico dei primi decenni del secolo scorso e che ha avuto le massime responsabilità nella conduzione della cosa pubblica, ebbe a dichiarare amaramente che governare gli Italiani non era impossibile, era semplicemente inutile.

    Ci dobbiamo rassegnare, governanti e sudditi, a questa ostinata inutilità?

                                                                                                                                        Don Antonio Resta


La Parasceve

    La parola PARASCEVE deriva dall’unione di due parole greche: PARA’ che significa “vicino, presso” e SKEVE che significa apparecchio.

    Presso gli Ebrei, prima di Cristo, con questa parola Parasceve si indicava il giorno prima del Sabato, giorno di festa e di riposo assoluto; cioè il Venerdì giorno di vigilia.

    Per i Cristiani la Parasceve ha il suor riferimento al Venerdì Santo, giorno in cui Cristo morì in Croce. Perciò è il giorno del grande Sacrificio sul Calvario e dell’immolazione. Gli Evangelisti sono concordi nel testimoniarlo.

“Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno, Pilato disse ai giudei: Ecco il Vostro re. Ma quelli gridavano: Via, Via, crocifiggilo ”. Allora egli lo consegnò loro perché fosse crocifisso (Gv 19, 14)

“Era il giorno della Parasceve, e i giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il Sabato – infatti il sabato è di riposo – chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via… Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19, 31)

    Giuseppe d’Arimatea, appena Gesù morì si recò da Pilato e chiese il corpo di Gesù per deporlo nel sepolcro di sua proprietà. “Era il giorno della Parasceve, e già splendevano le luci del Sabato, deposto il Corpo di Gesù, Giuseppe d’Arimatea e alcune pie donne e lo portarono al sepolcro e prepararono aromi profumati” (Lc 23, 53-54).

    Là dunque deposero Gesù, a motivo della Parasceve dei giudei, poiché il Sepolcro era vicino (Gv 19, 42).

“Il giorno dopo che era la Parasceve, si riunirono presso Pilato, i Sommi Sacerdoti e i Farisei, chiedendo che il Corpo di Gesù, già deposto, fosse guardato a vista dalle guardie per paura che fosse derubato dai discepoli…” (Mt 27, 62.

    Meschino e malizioso espediente dei Giudei e Farisei che per paura che il corpo di Gesù fosse derubato dai suoi discepoli e spargessero poi la notizia della Resurrezione, ordinarono di vigilare il sepolcro.

Mai tanta premura in loro nell’arrestarlo e nel crocifiggerlo, quanto nel custodirlo da morto.

 

MA…

 

Egli vince il peccato e la morte, e risorge vittorioso.

Anche questo è attestato da tutti gli Evangelisti ed è all’origine della vita della Chiesa.

“Non abbiate paura Voi. So che cercate Gesù il crocifisso. 

Non è qui” . 

Così disse l’angelo della Resurrezione .

“E’ risorto come aveva detto: Venite e vedete il luogo dove era deposto”(Mt 28, 5).

                                                                                    Don Salvatore Martalò


L'ulivo

di Don A. Resta

 

Quando guardo l’olio,

penso al tuo albero:

come è stato possibile

che un liquido,

così sereno e “liscio”,

sia potuto passare

attraverso quei tronchi,

contorti,

e quei rami, martoriati.

 

Ho pensato alla macina,

pesante,

che ti hanno molito

per raddrizzare,

forse,

quei percorsi di sofferenza

e di tormento.

Nella storia dell’umanità,

sei stato scelto

a simbolo di pace,

e il tuo liquido prezioso

ha unto corpi di atleti

votati alla morte

e alla vittoria.

 

Sei l’albero che ha visto,

in Cristo,

l’espressione massima

del dolore:

eri quello

che più lo rappresentava:

altre piante

ne sarebbero state incapaci:

non sappiamo pensarle.

 

Le tue foglie

ne hanno tramandato

gli eloquenti silenzi:

il tuo arcano stormire

accompagna

la melodia misteriosa

del dolore umano.

Le tue note

fanno da sfondo

a un lamento

che non è di disperazione.

Il Getsemani,

il luogo del frantoio

dove si molisce

la storia dell’umanità,

ha i suoi ulivi:

tra di essi

c’è una sinfonia di voci

che si uniscono

a quella di chi,

più di tutti,

ha saputo piangere,

e sperare:

è l’olio, limpido,

dei tuoi tronchi,

tormentati,

frutto di una pietra

che l’ha schiacciato,

donandogli il significato

della forza e della vita.

 

Che non manchi,

alla mia voce, flebile,

il tuo frusciare,

pudico e felpato,

che la leghi

a quella notte,

in un’atmosfera

di silenzio,

di mistero,

di preghiera.


 

dall'AVVENIRE del 27 marzo 2001

Antonio Resta

Due nuove opere del prete scrittore di Galatone

che insegna all'Istituto Teologico Pugliese di Molfetta.

LE DONNE

DELLA BIBBIA

(Pagine 232, L. 40.000)

 

LE DONNE

DEL VANGELO

(Pagine 192, L. 32.000)

Gruppo Edicom


 

Cristo nostra Pasqua

è stato immolato: 

celebriamo dunque 

la festa con purezza e verità (1 Cor. 5,7-8)

È arrivata la Pasqua, e con essa la gioia e la speranza. La gioia deriva dal fatto che Cristo risorge e che con un candido splendore annuncia la luce della salvezza. L’aspettativa è quella che Dio doni a tutti salute, pace e gioia. I 40 giorni che precedono la Pasqua servono a confrontarci con noi stessi, e a rischiarare le ombre del nostro cuore e a seguire il Divino Maestro,Cristo Gesù. Nel periodo pasquale la Croce è l’elemento che domina: illuminata dai raggi della resurrezione, si presenta come trono di gloria e strumento di vittoria. “La Parola ha sopportato che la sua carne fosse appesa al legno”, dice S. Agostino.In questo contesto l’Eucaristia, è di fondamentale importanza perché Cristo, l’agnello Pasquale, si è fatto cibo, distruggendo la morte e donandoci la vita. L’Eucaristia deve nascere dall’amore di Cristo, deve perciò celebrarsi nell’amore e generare amore. Nella lavanda dei piedi, alcuni esegeti hanno intravisto un simbolismo eucaristico, quello che il Cristo fa nella donazione di sé sotto il segno del pane e del vino. L’Evangelista Giovanni, infatti, non narra l’istituzione dell’Eucaristia, bensì lo sostituisce con questo episodio denso di significato. Cristo risorto elargisca a tutti gioie e speranza di vita.

                                                                                                                                            Giuseppe Musardo


Centri di Ascolto nelle famiglie

 

Giorno    Famiglia ospitante        Via Guida l'incontro

Ogni Lunedì ore 19,30     

Aloisi

E. Toti Suor A. Teresa Di Chito     
Ogni Martedì ore 18,30 Potenza Torrente        Annalisa Colazzo
Ogni Martedì ore 18,30 Calabrese Basiliani Suor A. Brigida Tondo
Ogni Martedì ore 18,30 Lazzari Palombaio   Cecilia della Torre
Ogni Giovedì ore 18,30 Greco Campestre Angela Marra

 

LITURGIA

 

-         Ogni venerdì  ore 17.30

Via Crucis in Parrocchia.

 

-          Il 7 Aprile  ore 9.30 ore 9.30

Pasqua  della scuola.

S. Messa in Parrocchia per gli alunni della scuola  elementare “xxv Luglio”

 

-          L’ 8 Aprile Domenica delle palme

Ore 8.30  Benedizione delle palme e processione partendo dalla chiesetta  delle Grazie via   

                 Cappuccini.

Ore 17.00 Via Crucis per le vie della Parrocchia, animata dai gruppi Parrocchiali.

Itinerario:

Via Metello ( I. Staz.), Pagliarulo, Martello ( II Staz.), Miccolis,  Cappuccini  ( III Staz.), Pr. Iolanda ( IV Staz. ),  Palma  (V  Staz.)  La Marmora ( VI ), Filoni, Verdi ( VII Staz. ), Camperio ( VIII Staz.),  Campestre, Pagliarulo ( VIV Staz.), Carducci Toti ( X Staz. ),  Cappuccini ( XI- XII-XIII Staz.) Chiesa ( IV Staz. ).

            S. Messa ore 18.30

  

-          10 Aprile Martedì Santo

Ore 17.00 in Cattedrale a Nardò  la Messa Crismale

 

-          12  Aprile Giovedì Santo

       Ore  18.30 “la Cena del Signore” Benedizione e distribuzione del pane.

           Dalle ore  23.00 alle  ore 24.00 Adorazione  Eucaristica

 

-          13 Aprile Venerdì Santo

Ore 16.00 Adorazione della Croce.Pensiero al Santo Sepolcro di Gerusalemme.

           Ore 20.00 Processione di Gesù morto per le vie del paese

 

-          14 Aprile Sabato Santo

-                                Ore 22.30   Veglia Pasquale

                       Battesimo di due catecumeni adulti

 

-          15  Aprile  PASQUA

SS. Messe ore:  7.00 – 9.30 – 10.45 –18.30 

 

CARITA’


Buon Compleanno nonna Rosaria

 

Rosaria Colitta il 14 Aprile

compirà 100 anni.

“il foglio” esprime, a nome di tutta la

Comunità parrocchiale, calorosi

Auguri a lei e ai familiari.

 


       

  La lingua ti lu tata

 

Glossarietto galatonese

Vocaboli in estinzione  a cura di Vittorio Zacchino

 

ngurdiusu

avido,ingordo

Nianu

Neviano

nicatedda

tosse convulsa

nieddu

anello

niera

neviera, fossa per conservare la neve

Nimicu

nemico; lu Nimicu = il diavolo. Il 15agosto,festa dell’Assunta, con la recita della preghiera popolare Li centu cruci il tradizionale nemico era tenuto a bada: (Ehi nimicu, no mi spittare/ca centu cruci mi fici am bita mia/lu giurnu ti la vergine Maria.

niculizia

liquorizia

ninni

bimbo

nìnnulu

pupilla dell’occhio

nirvicare

diventare nero

nitru

litro

nnacitutu

inacidito

nnargiare

marinare la scuola

nnata

annata; raccolto (la nnata è stata bbona = il raccolto è stato abbondante)

nnicare

strangolare

nnizzu

segno sul bicchiere delle bettole (indicium) per la misura del vino

nnocca

fiocco, nodo

nnubbiare

anestetizzare

nnurare

onorare

 

 

                                                                                       

Auguri di

 

 

Buona Pasqua

 


                                                                            

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