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Sommario

Ho visto il Signore - (Gv 20,16)

 

Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica Sulla dignità e vocazione della donna, non manca di sottolineare, in base a quanto riportato nel Vangelo, che le donne sono le prime testimoni della Risurrezione (n. 16). Aggiunge, inoltre, come il Vangelo di Giovanni (…) mette in rilievo il ruolo particolare di Maria di Magdala.

La figura e il comportamento di questa donna possono guidare la nostra riflessione sulla ricerca del Volto di Gesù, particolarmente nel periodo pasquale che stiamo per vivere, secondo le linee programmatiche tracciate dal S. Padre nel suo documento postgiubilare e di quello della Conferenza Episcopale Italiana.

“…Hanno portato via il mio Signore…”. La paura di Maria Maddalena si materializza nella previsione di un furto che sa creare solo vuoto e desolazione. Non c’è peggiore sofferenza dell’allontanamento forzato della persona che si ama e che costituisce il riferimento fondamentale della nostra vita.

Chi è che ha portato o può portare via il mio Signore? Sono tanti i motivi, i fattori e le persone. Cercare e non trovare può creare disperazione, soprattutto se ci si rinchiude in una disarmata rinuncia alla ricerca. La delusione di Maria è stata grande: la sua ricerca delusa, accompagnata dalle lacrime (Gv 20, 11), è la manifestazione di un momento di smarrimento che non può non accompagnare (è profondamente umano) l’infrangersi e il dileguarsi, se pur momentaneo, di un ideale e di un desiderio di un’attesa gioiosa.

Nelle lacrime, apparentemente solo di sconforto di questa donna, penetra quel raggio di speranza, partecipato dall’inter-rogativo dei due angeli: quel perché piangi? (Gv 20, 13) in cui Maria trova la forza di manifestarne il motivo, facilmente identificabile nella scomparsa di quel corpo che lei era venuta a visitare: hanno portato via il mio Signore. Le lacrime umane nascondono sempre un interrogativo che le provoca: la disperazione consiste non tanto nel non saper dare una risposta, quanto il non saper porselo.

Le lacrime più corrosive sono quelle che finiscono nell’indifferenza e nel disimpegno: le lacrime possono diventare barriera che impedisce uno sguardo più ampio o filtro per una visione più chiara per una ricerca purificata dalla loro presenza.

La tentazione più forte per l’uomo e per il credente è quella di adagiarsi in una sconsolata constatazione e non cercare una via d’uscita, per risolvere questioni che hanno indubbiamente la capacità di scoraggiarci, ma con la prospettiva, sempre e comunque, di poterle trasformarle in momenti e scoperte provvidenziali di crescita e di arricchimento.

“…Dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo” (Gv 20, 15). E’, in fondo, questo desiderio di ricerca di Maria che contribuisce a lenire il suo dolore, non facendola adagiare in una rinuncia, ma contribuendo a farle rinascere la fiducia per una ricerca che possa essere coronata da successo.

La richiesta della Maddalena non è solo a livello di “notizia” (il sapere dove è stato collocato), quanto di impegno (andrò a prenderlo). Certo, è importante il “sapere”, ma diventerebbe pura accademia ed esercizio solo mentale se il sapere fosse fine a se stesso e non si “incarnasse” in un cammino che chiede sforzo e dedizione: sacrificio, di fatto.

Il risultato di una ricerca, se significa sempre esaltazione ed appagamento, deve diventare, nel contempo, provocazione ed impegno. Può accadere che alla gioia della scoperta non segua una corrispondente disponibilità di comportamento: la paura può distruggere l’euforia: attutirla, in ogni caso.

E’ l’itinerario tracciato abitualmente da Gesù che, dopo aver chiesto un atto di fede (con una risposta immediata, apparentemente facile), aggiunge il comando del vai e anche tu fa’ lo stesso.

Ci sono stati tanti, nel corso della storia che “sono andati a prendere il Signore”: ma con quale spirito, o con quale animo?

La letteratura, in proposito, è immensa, ma spesso l’ “andrò a prenderlo” è approdato sugli scogli della critica e dello scetticismo, quando non su quella di uno sbiadito romanticismo filantropico.

Nel nostro caso “andare a prendere il Signore” vuole avere il significato di portare o di riportare nella propria esistenza “Qualcuno” che non era un semplice sapiente il cui insegnamento poteva essere non condiviso o discusso, ma un Personaggio vivo che, per giunta, avrebbe imposto delle scelte terribilmente scomode e impopolari, Qualcuno, insomma, che, umanamente parlando, sarebbe stato più conveniente lasciar riposare nelle sua gloria (come afferma il razionalista Rénan).

L’anelito di Maria Maddalena si pone sul versante di una ricerca, anche se questo suo sforzo ha incontrato delle difficoltà prima dell’approdo definitivo al suo oggetto.

Il “perché piangi?”, posto prima sulle labbra degli angeli (Gv 20, 13) e poi su quelle di Gesù (Gv 20, 15) scandiscono le tappe di una scoperta che impone certi ritmi, in un crescendo che si arricchisce camminando. Maria, nella scoperta del Signore risorto, ha dovuto passare attraverso le mentite spoglie di una sua apparizione umana (perfino camuffata, umanamente fuorviante) (Gv 20 15).

“Maria!” “Maestro!”, sono le due parole che sanno scambiarsi: due parole che nel loro scarno enunciato valgono più di un discorso e manifestano l’ansia e il premio di una ricerca appassionata e premiata.

E’ vero, in ogni lacrima si annida una speranza…

Sul Volto sofferente del Crocifisso, si rifrange Quello, glorioso, del Risorto.

                                                                                                                                                   Don Antonio Resta


La Pedagogia di Cristo

 

Comportamento di Dio di fronte all’umanità decaduta per il peccato

 

Il primo e il più grande libro di psicopedagogia è la Bibbia.

Prendo in esame solo due passi.(Gn. 3,9 Gv 4,7). Nel primo Dio rivolgendosi ad Adamo dice: “Adamo dove sei?”. Con questa frase Dio non vuole accusare Adamo.Vuole semplicemente dire: “Adamo, a quale punto del tuo processo di crescita umana, psicologica, religiosa, morale sei arrivato?”. Non perché Dio non lo sappia, ma perché, volendo venirgli incontro non può farlo senza una esplicita richiesta da parte di questi. In altri termini, Dio vuole semplicemente far comprendere all’uomo: “in qualunque fase della tua vita tu sei, io ti accetto. Ti amo così come sei. Sappi che Io sono accanto a te. Sempre.”

Per molto tempo questo passo della Bibbia è stato interpretato come una condanna. Ma solo perché l’uomo ha “un cuore di pietra” ed è abituato a condannare.

Dio, invece, non condanna nessun uomo e finché si trova su questa terra lo assolve sempre.Vuole solo camminare assieme a lui, senza imporgli delle tappe obbligate, senza costringerlo a trovarsi in momenti diversi da quelli in cui si trova a vivere. Dio sa fare solo una cosa: amare. Tutto il resto è conseguenza del suo Amore.

A questo passo dell’Antico Testamento fa eco un altro del Nuovo Testamento: quello in cui (Gv. 4,7) Gesù chiede alla Samaritana dell’acqua.” Dammi da bere” dice Gesù.

Ebbene, Gesù chiede da bere non per estinguere la sua eventuale, e comunque temporanea, sete fisiologica, ma per avere la possibilità di offrire a quella donna dell’acqua che le avrebbe estinto la sete per sempre. Non ha vergogna di chiedere per insegnare all’indigente a chiedere e a noi come dare. Gesù vuole aiutarla e per farlo non disdegna di sembrare un assetato, un mendicante.

Ho imparato da questi insegnamenti una cosa che i pedagogisti non insegnano, né sono in grado di farlo.

Ho imparato ad amare l’altro. Ho imparato a camminare con le scarpe degli altri, con i loro vestiti, a mettermi addosso la loro pelle, a inserire nel mio io i loro pensieri, le loro preoccupazioni, le loro paure, le loro ferite.Ho imparato ad ascoltare. Ho imparato ad accettare me e gli altri. Ho imparato che l’uomo, di qualunque razza, colore, religione, epoca sia è così importante per Dio che sarebbe un peccato, un grave peccato, non prenderlo in considerazione, non amarlo, non donargli il mio cuore.

Quanto sei grande, Signore.Tu mi sei Padre, guida, amico, tutto. Per questo ti ringrazio.

                                                                                                                                                        Antonio Greco

                                                                                                                                                   (Dirigente Scolastico)


Responsorio (Disponsiu)

 

Le celebrazioni in onore del S.S. Crocifisso della Pietà di Galatone iniziano con il lunedì di Pasqua e terminano il 1° Maggio, antivigilia della festa.

Da allora iniziano i responsorii, detti dal popolo “i disponsi”. Il primo atto è l’intronizzazione della artistica statua del S.S. Crocifisso, opera in carta pesta realizzata nel 1892 dal celebre artista leccese Guachi Luigi su ordinazione del Sig. Vito Lucio De Benedetto e fratelli per aver ricevuto la grazia di guarire miracolosamente da una grave malattia. La statua fu trasportata da Lecce a Galatone, per circa 24 Km, a spalla da un gruppo di volontari e accolta da una folla di gente devota della Sacra Immagine.

Da allora la statua che riproduce il dipinto dell’immagine miracolosa di Gesù, è oggetto di venerazione e il 2 maggio viene portata a gara in processione da un folto numero di devoti per le vie del paese unitamente alla Sacra Reliquia della Santa Croce.Ogni sera per tutto il mese di aprile, viene esposta sull’altare la Reliquia della Santa Croce mentre tutti i fedeli, che affollano il Santuario, cantano il Responsorio, che consiste in invocazioni imploranti pietà e misericordia.

Il momento della Benedizione impartita con la preziosa reliquia del Legno della Croce è segnalato dallo scampanio festoso delle campane.In quel momento in tutte le case, o vie, o piazze i cittadini si scoprono il capo e salutano devotamente col segno della Croce.


Una visita gradita

 

 

La rev.ma Suor A. Virginia Sinagra, madre generale dell’Ordine Religioso delle Figlie di S. Anna, accompagnata da Suor A. Raffaelina Di Gioia, madre provinciale, il 15 – 16 marzo 2002 ha compiuto la visita canonica alla Comunità locale delle suore.

Oltre all’incontro con le sue figlie, la Rev.ma Madre ha incontrato le Comunità Parrocchiali di S. Francesco d’Assisi e dei SS.Medici presso le quali le suore svolgono un prezioso servizio pastorale.

Il settore in cui operano è la catechesi a piccoli e adulti, l’animazione liturgica e l’assistenza spirituale e materiale ai poveri e ai malati.

E’ stata questa una scelta coraggiosa e qualificante dell’ordine che lo rinnova e l’attualizza, molto apprezzata e condivisa da tutti.

Il clero e i fedeli esprimono profonda gratitudine alla Madre e a tutte le Suore coltivando la speranza che il loro carisma raggiunga l’intelligenza e il cuore della gioventù e la stimoli a seguirne l’esempio.


Anna Martalò 

"Vive nella Pace del Signore ..."

 

 

 

Il foglio la ricorderà sempre con grande affetto e invita alla preghiera, mentre condivide il dolore del distacco che ha colpito il marito Corrado Pappaianni, i figli Giuseppe e Sandro, le nuore Fabrizia e Melina con i nipotini Edoardo, Eleonora e Chiara, il fratello Sac. Don Salvatore, le sorelle Lucia, Celestina e tutti i nipoti.

 

 


 

Notiziario Parrocchiale:

 

Corso Pre-Matrimoniale

 

In maggio si terrà in Parrocchia il corso di preparazione al matrimonio.

Le domande di iscrizione si possono presentare presso la sede del Consultorio Familiare La Solidarietà in via Giacomo Leuzzi.

 

 

Prima Comunione

 

La celebrazione della prima comunione a 50 bambini è stata fissata per il 12 e 19 maggio alle ore 10.30

 

 

Lavori al Convento

 

Iniziamo i lavori di consolidamento e di restauro dei locali dell’ex convento dei cappuccini, che servono come locali di ministero pastorale.

Un primo e significativo contributo di £ 30.000.000 (Î15.493,71 ) è stato stanziato dalla Provincia di Lecce. Un cordiale ringraziamento va ai consiglieri provinciali Dott. Carmine Caputo e Luigi Vaglio, che hanno appoggiato la richiesta della Parrocchia.

                                                                                                                                                  

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  La lingua ti lu tata

 

Glossarietto galatonese

Vocaboli in estinzione  a cura di Vittorio Zacchino

 

 

 

pitturrata

Parapetto; striscia di cuoio sul pettodel cavallo

pitucchiu

pidocchio; pitucchiu mpinnatu ( persona arricchita e sbruffona)

pitucchiusu

miserabile

pindinieddu

ugola

pindinu

discesa, pendino; l’acqua a ddo vae? Allu pindinu (l’acqua va verso il pendio; fig.la ricchezza segue il ricco)

pinitenza

penitenza; pegno nei giochi (paca la pinitenza = paga il pegno)

pirtusu

buco, occhiello

pisara

grossa pietra per trebbiare (ttàccate na pisara e mmenate a mare = legati al collo una grossa pietra e buttati a mare)

piscottu

biscotto; lu Signore tae li piscotti a ci no ttene tienti (il Signore dà i biscotti a chi non ha denti ossia a chi non sa apprezzare i suoi doni )

piulisciare

piovigginare

pivellu

ragazzo inesperto

pizzarieddhi

pasta fatta in casa

pizzichilli

bacio che si dà prendendo con le dita le guance dell’altra persona

pizzuddu

pezzettino

pizzulu

sedile

Poìru

Poru a te = povero a te; Lu riccu quandu ole, lu poìru quandu hae

pòlice

pulce

portanduci

chi va dall’uno all’altro a rapportare; delatore

pòsparu

zolfanello, fiammifero

ppardare

appaltare

ppindìre

appendere; è mmortu mpisu (cioè impiccato)

ppindirrobbe

gruccia per sostegno di vestiti

ppòppitu

rustico, zotico

pprezzare

apprezzare, stimare

ppuntiddhare

mettere puntelli; contrastare

ppurare

accertare

 

                                          

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