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Sommario

 

La purificazione della memoria

Nella Bolla di indizione del Grande Giubileo del 2000 (Incarnationis mysterium, n. 11), ai segni che “appartengono ormai alla celebrazione giubilare”, Giovanni Paolo II ne aggiungeva altri, legati intimamente alla “misericordia di Dio operante nel Giubileo”.

Il primo lo individuava in quello della purificazione della memoria, consistente in “un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le mancanze compiute da quanti hanno portato e portano il nome di cristiani” (n. 11).

Il Papa ne esplora il percorso, ancorandolo ai presupposti evangelici che ne sono alla base.

L’annuncio con cui Gesù ha inaugurato la sua missione è stato riportato dall’evangelista Marco proprio all’inizio del suo Vangelo: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1, 15), con la scadenza del tempo che si è compiuto e che perciò richiede una risposta da non dilazionare oltre il tempo.

E’ l’azione dello Spirito che spinge ciascuno di noi a rientrare in noi stessi, come accadde al figlio della parabola che si era allontanato da casa, con la presa di coscienza di un ritorno alla dimora paterna, abbandonata con troppa fretta e con tanta incoscienza (Lc 15, 17-20).

Che io conosca me, che io conosca te (Noverim me, noverim te, Domine)…Desidero conoscere Dio e l’anima. Niente altro? Assolutamente no” è la preghiera-richiesta di S. Agostino, l’esploratore per eccellenza del cuore umano (Soliloquio I, 7; II, 1). Dalla conoscenza approfondita di noi stessi, attraverso uno spassionato esame di coscienza, nasce la consapevolezza dei nostri limiti e delle conseguenze negative che vi sono derivate.

La circostanza solenne del Giubileo invita la Chiesa ad una verifica della sua storia e del suo cammino attraverso di essa: un momento di riflessione “corale” con l’emergere delle luci e delle ombre che l’hanno accompagnata: che non mancano. Con grande realismo e senza la minima paura il card. Etchegaray, presidente del Comitato centrale del Giubileo, ha scritto: “Il corpo della Chiesa è pieno di cicatrici e di protesi, le sue orecchie sono piene del canto del gallo evocatore di rinnegamento, il suo taccuino è pieno di appuntamenti mancati per negligenza o lassitudine”. Ma è proprio in forza di questa “memoria” che scatta la molla della “riconciliazione”, nel nome di un passato che spinge con forza verso un presente per assaporare e, quindi, rinfrescare, con rinnovato entusiasmo, il proprio impegno di fedeltà assoluta ed inalterabile a Cristo e alla sua Chiesa.

Che la vita della Chiesa sia una storia di santità è un dato di impossibile contestazione. La santità è nella sua stessa costituzione “cromosomica”. L’affermazione può essere comprovata attraverso quel numero incalcolabile di Santi, conosciuti e non conosciuti, di ogni tribù, lingua, popolo e nazione: una processione che si snoda nel corso dei secoli, a manifestazione di una santità che innerva e vivifica questo Corpo di Cristo: lo fa crescere. Se la santità della Chiesa è un fatto, è anche una responsabilità e un impegno. La santità è di tutti: non è preclusa assolutamente a nessuno: lo ha affermato solennemente il Concilio Vaticano II, sottolineando quanto Dio ha affermato fin dall’Antico Testamento: “siate santi, perché Io sono santo” (Lev 11, 44). Ed è proprio in questo senso che, a fronte della moltitudine di santi che hanno vissuto e testimoniato la santità, c’è l’altra moltitudine di persone che l’hanno, per dir così, “tradita”. E’ quello che il Papa definisce “una controtestimonianza nei confronti del cristianesimo”.

Se in forza di quel “legame che, nel Corpo mistico, ci unisce gli uni agli altri…portiamo il peso degli errori e delle colpe di chi ci ha preceduto”, come viviamo della santità di tanti nostri fratelli, così anche partecipiamo alle loro debolezze.

La Chiesa diventa, così, secondo l’audace, ma realista espressione del Concilio Vat.II, santa, ma, al contempo, sempre bisognosa di santificazione.

Se la Chiesa fa fatica a mostrarsi nella bellezza del suo volto, non è perché ne è priva, ma perché i suoi figli ne impediscono la manifestazione, alterandone le fattezze.

Che fare, allora? Far finta di niente, schermarsi dietro il manzoniano troncare e sopire, o affrontare con coraggio e impietosamente la umiliazione di una richiesta di perdono? E quale occasione più propizia di quella del Giubileo?

La Chiesa lo ha fatto. Lo si sarebbe atteso anche da altre istituzioni, come è stato richiesto da persone non sospette, almenocché non si debba condividere quello che, con fine ironia, scriveva l’immortale vescovo di Ippona che meno gli uomini sono attenti ai propri peccati, più sono curiosi dei peccati altrui…

                                                                                                                   Don Antonio Resta    


Anno Nuovo - Bisogna tornare nella mischia

Cercare il riposo, vivere di rendita, posticipare gli impegni, questo è quello che di solito si cerca di fare alla fine di un anno, soprattutto dopo aver subito un grande stress.

Un anno nuovo, si sa invece, richiede forza nuova, impegni nuovi, anche e soprattutto nella bellezza della fede che viviamo.

Vivere la propria fede nella quotidianità dei gesti e dei pensieri ha un senso, se serve a farci agire nel nostro ambiente, talvolta eccessivamente protetto, per portare l’annuncio laddove si fa fatica a farsi sentire o addirittura non è mai stato ascoltato.

Ecco allora la necessità di investire energie e risorse nuove, per parlare ai lontani, lontananza che qualche volta è più frutto della nostra trascuratezza che di una reale mancanza di ascolto.

Bisogna tornare quindi in mezzo alla “mischia”, nei luoghi di incontro, che sono divenuti oggi luoghi di divisione e di malessere, da cui molte volte si fugge.

Un anno è passato, un altro sta incominciando ed occorre fare un esame di coscienza, magari nel riposo, anzi, senza dubbio, nel silenzio, per cercare di conquistare forza e carattere, per leggere nuovamente la Parola, per pregare, per cercare di uscire dal proprio ambiente, per portare l’annuncio laddove si prova fatica a farlo sentire, o addirittura mai ascoltato.

Dio intanto parla sempre e a tutti. Il Papa ha proposto il Concilio come irrinunciabile orizzonte per la vita della Chiesa, ci ha fatto capire che il compito della Chiesa è la missione, che la sua è una apertura alle grandi sfide del terzo millennio. Missione ad apertura che vogliono dire consapevolezza dell’ impossibilità per Essa di raggiungere gli spazi dell’ esistenza e della coscienza delle persone, senza la presenza dei laici nel mondo. Siamo chiamati noi ad essere autentica scuola di perfezione. “Vedo in voi le sentinelle del mattino, in quest’alba del terzo millennio” Queste le parole-luce rivolte questa estate ai giovani a Roma dal Papa, nella XV giornata della gioventù, singolare laboratorio della fede, volto cuore giovane della Chiesa. Due milioni di giovani andati a Roma “non per trastullarsi alla fontana di Trevi o in Piazza Navona, secondo lo stile della vita, ma con tanto di sacco a pelo per celebrare entusiasti la fede, nel deserto dei valori che affligge la cultura dominante, per cercare di essere presenti nella “mischia” per essere in ascolto nell’oceano di gente. Bisogna tornare nella mischia, bisogna uscire dalla sacrestia, ed essere più presenti in piazza, perché la spiritualità autentica è davvero rivoluzionaria, perché è vero che i pastori formano le scelte, ma è anche vero che i laici hanno qualcosa da dire proprio nel campo specifico del loro intervento e cioè in politica, nella famiglia, nei mass media, nella cultura. Basta con la Chiesa a tre piani: sopra i porporati, in mezzo preti e suore, sotto i laici. È necessario che gli operai della Chiesa non siano solo porporati, preti e suore, ma tutti i cristiani, capaci di evangelizzare, capaci di fare una Chiesa viva e gioiosa. È necessario tornare nella mischia e nel combattimento perché essere cristiani oggi non è verità scontata, ma diviene sempre più una scelta consapevole.

                                                                                Antonio Rausa  


Piccoli gesti di bontà

 

In prossimità del Natale, i ragazzi del catechismo hanno voluto vivere un’esperienza significativa di carità. Insieme alle catechiste sono andati a fare compagnia agli anziani ospiti della casa di riposo. Entusiasti e sorridenti questi ragazzi, hanno portato una ventata d’allegria. Donando un po’ del loro tempo hanno reso felice chi spesso si sente solo ed è tanto grato per quelle piccole attenzioni: lo scambio di un biglietto augurale, un canto, una battuta, una stretta di mano…..

Non costa niente pensare un po’ anche agli altri e quello che riceviamo in cambio vale tanto.

Tutti possiamo impegnarci.

                                                                                                                               Le Catechiste 


 

 

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